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E’ quasi la fine di giugno quando vengo contattata da un ragazzo che mi dice di avere il papà in fase terminale e di essere alla ricerca di un* celebrante per avere una cerimonia non religiosa, incentrata sulla vita del caro papà che sta per lasciarlo.

Mi metto a disposizione ed effettuiamo una prima telefonata in cui spiego in cosa consiste questo tipo di cerimonia.

Non nascondo che la questione è talmente particolare che mi fa sentire molto emozionata ed anche un tantino agitata: ho appurato infatti durante la telefonata che il signore in fase terminale è alle cure palliative a domicilio, è lucido e consapevole e soprattutto è a conoscenza del fatto che il figlio ha preso in mano la situazione e sta organizzando la cerimonia laica per l’ultimo saluto.

Per me, persona da sempre un po’ fuori dagli standard, dovrebbe essere la normalità, ma chiacchierando nella mia cerchia di famigliari e amic*, mi rendo conto che la maggior parte della gente rimane invece basita, quasi sgrana gli occhi di fronte a cotanta lucidità nell’organizzare e nel decidere, quando si è ancora in vita, come dovrà svolgersi il proprio funerale.

Incontro la famiglia. Durante il viaggio in macchina (circa un’oretta) mi domando, con non poco timore:

“Ci sarà anche lui? Come devo comportarmi? E se dovessi dire qualcosa di inopportuno? Se dovessi comportarmi in maniera sbagliata?”.

Decido che la cosa migliore è immaginare di essere io al posto suo: del resto qualche affinità già ce l’abbiamo, ad esempio il desiderio di dare predisposizioni per il proprio funerale. Quindi mentre guido mi domando: “Come vorrei che si comportasse la gente con me, se fossi al suo posto?”.

Immedesimarmi mi rende il compito molto più facile. Sono serena, devo soltanto essere me stessa.

Lui non c’è durante questo primo incontro e devo ammettere che un po’ mi dispiace. Mi sarebbe piaciuto conoscerlo. Ho portato con me il format di una precedente cerimonia di commiato e lo mostro ai familiari, spiego come sarà strutturata, raccolgo le prime fondamentali istruzioni e poi mi dedico al questionario, facendomi raccontare da tutt* la miriade di sfaccettature della personalità del morente.

Scopro, man mano che il tempo passa (e la cosa strana è anche questo senso di “sospensione”, non si sa quanto tempo ci sia a disposizione, abbiamo un range compreso tra due settimane e due mesi), che il signore in questione indica al figlio cosa vorrebbe e cosa non vorrebbe, sceglie le musiche, suggerisce chi potrebbe fare interventi. Sceglie anche il luogo in cui si svolgerà la cerimonia (una chiesetta sconsacrata in mezzo al bosco in cima ad una collina, un luogo caro della sua giovinezza) e chiede al figlio di contattare un catering: dopo la cerimonia, quando il suo corpo sarà al crematorio in attesa della distruzione per mezzo del fuoco, lui desidera che i suoi amic* e famigliari onorino la sua memoria con uno splendido e ricco apericena.

Arriva il giorno della sua morte e successivamente, quello della sua cerimonia. Tutto è stato fatto come desideravano lui e la sua famiglia.

C’è una grande forza dietro tutto questo, mischiata ad un’altrettanta grande consapevolezza: la morte fa parte di noi, tanto quanto la vita. Lasciare disposizioni per il proprio funerale significa molte cose. Significa, come ci ha insegnato recentemente il caro Piero Angela, accettare con serenità che la nostra destinazione finale è quella. Possiamo decidere di lasciare l’incombenza della nostra cerimonia ai famigliari quando il fatto sarà accaduto, o possiamo in un ultimo e meraviglioso gesto d’amore verso noi stess* e verso di loro, curarla e deciderla in ogni dettaglio.

Lasciare questo mondo compiendo o dando disposizioni per attuare le nostre ultime volontà. E’ difficile, non tutt* possono e vogliono farlo, la morte è ancora considerata un grande tabù. Ecco la sfida che attende noi celebranti: facciamoci trovare pront*.

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